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mercoledì 11 ottobre 2017

T.S. Eliot - Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock (1910-1911)


Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;

Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo

E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento

Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…

Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, «Posso osare?» e, «Posso osare?»
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli -
(Diranno: «Come diventano radi i suoi capelli!»)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo -
(Diranno: «Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia!»)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: -
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti -
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini?
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte -
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…
Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,

Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? -
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo -
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.



venerdì 6 febbraio 2015

Eugenio Montale "Non Chiederci La Parola" (Ossi di seppia, 1923)



Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.




METRO: tre quartine di versi di varia lunghezza, con rima ABBA CDDC EFEF.

Di sicuro è una delle poesie più celebri di Montale. E' tratta da "Ossi di seppia" e contiene alcune idee per comprendere il suo pensiero.
Il poeta si rivolge a quel lettore che esige dai poeti verità assolute e definitive, invitandolo a non chiedergli alcuna rivelazione, né su stesso né sull'uomo in genere, e nemmeno sul significato della vita. Egli, infatti, non ha alcuna segreto risolutivo, ma solo dubbi e incertezze, o anche una conoscenza fondata sul contrasto: l'ultimo verso, infatti, è divenuto famoso e viene spesso menzionato da chi non vuole farsi notare come possessore di fittizie verità.

PARAFRASI

Non chiederci la parola, che metta a fuoco sotto ogni profilo,
il nostro animo privo di certezze, e a lettere
che lo chiariscano rendendolo luminoso come il fiore dello zafferano:
perduto in mezzo ad un prato polveroso.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
senza contrasti con se stesso e con gli altri.
E la sua ombra non viene toccata che dal sole nel periodo più caldo dell'estate;
proiettata su un muro mancante di intonaco.

Non domandarci il segreto che possa rivelarti nuove prospettive di conoscenza del mondo,
bensì una distorta sillaba secca come un ramo.
Solo questo possiamo in questo momento farti presente,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

FIGURE

Enjambement (quando un gruppo di parole, ad esempio soggetto-verbo oppure soggetto-aggettivo viene diviso, mettendo il secondo termine nel verso successivo): nei versi 3-4 (croco/perduto)

Similitudine (paragone mediante connettivi avverbiali): verso 10 (secca come un ramo)

Anafora (ripetizione di una o più parole all'interno di un verso: verso 12 (ciò...ciò) - rima interna nell'ultimo verso vogliamo siamo... - c'è la ripetizione continua (a volte sotto forma di alliterazione vera e propria, ma più spesso consonanza) della consonante "r" accompagnata anche da c( chiederci domandarci croco)

Epifonema: Consiste nell'esprimere un motto sentenzioso che, solitamente, chiude con enfasi un discorso (Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo)

lunedì 10 gennaio 2011

Spleen



Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio
Sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni,
E versa abbracciando l'intero giro dell'orizzonte
Una luce diurna più triste della notte;

Quando la terra è trasformata in umida prigione,
Dove la Speranza come un pipistrello
Batte contro i muri con la sua timida ala
Picchiando la testa sui soffitti marcescenti;

Quando la pioggia distendendo le sue immense strisce
Imita le sbarre di un grande carcere
Ed un popolo muto di infami ragni
Tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,

Improvvisamente delle campane sbattono con furia
E lanciano verso il cielo un urlo orrendo
Simili a spiriti vaganti senza patria
Che si mettono a gemere ostinati

E lunghi trasporti funebri senza tamburi, senza bande
Sfilano lentamente nella mia anima vinta; la Speranza
Piange e l'atroce angoscia dispotica
Pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo.

martedì 12 ottobre 2010

Erri De Luca - Considero valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.

Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.

Considero valore il vino finché dura un pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.

Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordarsi di che.

Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

martedì 28 settembre 2010

Estratti dal corpo



Nato dal buco.
Costruito attorno al buco.
Sono un’organizzazione del vuoto.
Così il mio sì è sempre minato dal mio no
Così posso rivoltarmi come un guanto.
Deve esserci un’eterna equivalenza,
dove però la destra non vale la sinistra.
Piaga della simmetria.
Ti do il mio cuore per il mio fegato.

(Bernard Noel)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi -
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo.

I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio.

O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

(Cesare Pavese)

martedì 7 settembre 2010

Tangerine Dream - Fauni-gena (1973)



Richiami naturali e inconsci
in qualche era primoridale

Reminiscenze primitive
confusi ricordi legati all'Es

Istinti primari che si impongono
senza ascoltare la ragione

Clima d'immensità
deserta e desolata

Echi, silenzi,
suoni distorti e inquietanti eppure familiari
poichè appartenetni alla nutura non intaccata dall'uomo

Pianeta deserto,
freddo e buio,
alla fine o all'inizio
di un dominio naturale.


Michele Pecora - Vestita di Bianco (1981)




Ieri sera sul tardi han suonato alla porta.
Ho aperto, era notte, una figura mi ha detto
“Ciao, sono la morte!”
Non so perché, non mi sono sorpreso.
È entrata parlando e ho detto: “Ti stavo aspettando”
Si è seduta di fronte, poi dopo un istante
mi ha detto: “È un vero peccato.
Sei bello, sei forte però sei tanto sudato”
Le ho detto: “Ti chiedo un solo favore.
Quando verrà l'ora ti prego non fare rumore.
Io non ho paura ma gli altri non devono sentire”
Poi le ho detto: “Lasciami il tempo,
soltanto il tempo di farmi scordare.
Dirò soltanto che devo partire, che me ne voglio andare”

Poi non so spiegarlo ma è come se adesso
Trovassi la mia liberazione.
È come staccarsi da un mondo che non ti ha mai voluto bene.
L'indifferenza, la gente che non ha più niente da dire.
Adesso io posso adesso io voglio per l'ultima volta respirare
Quello che sento non riesco a spiegarlo…
E tu sei vestita di bianco.
T'immaginavo diversa e cattiva,
pensare che sembri una cosa viva!
Voglio guardare per l'ultima volta gli alberi, i fiori.
Lo sai, è primavera
e adesso la sera arriva più tardi
e i giorni già sono più caldi.

Adesso se vuoi possiamo anche andare.
Ho fatto le cose che avevo da fare.
Ho detto le cose che avevo da dire.
Adesso io posso, adesso io voglio
Venire.

venerdì 28 maggio 2010

Abisso


Quando coglieremo l'abisso dei nostri cuori
e ci infosseremo nelle pieghe dei nostri mali
finalmente avremo gli occhi che faranno gli occhi
e la bocca parlerà (alleluja!)

Non saranno parole ad uscire
e non luce ad entrare
ma brividi indistinti che correranno ovunque
dalla pelle all'intestino
dalle ossa alla polvere sui nostri inutili piedi

Pallide pelli su bianchi teschi
la luna al tramoto
gli avvoltoi sulle spalle aspettano
le dita morte che si scioglievano ancora

Avanti e indietro
nel tempo come nello spazio
un presente che fugge
tranne quando diviene luogo

Qui e ora
Qui è mai

Cinque: inutili
Trentadue, qualcuno in meno
Il corpo apassisce come rami d'autunno
E il sono diventa ero
E il sarò non arriva
Perduto il treno per sempre

Siamo io e l'altro
In sala d'attesa
Guardiamo fuori
Valigia per terra
Vuota
Aspettiamo il treno
Coprendoci con le piaghe dei nostri inutili mali.