Re Peste

mercoledì 7 agosto 2019

Oltre il muro del sonno - 058

Con Gisy stavo ascoltando Piero Ciampi, e mi accorsi che tutte le sue canzoni erano plagi di brani di Tim Buckley.

martedì 6 agosto 2019

Oltre il muro del sonno - 057

"Stavo scendendo verso il garage con la mia auto e nella corsia opposta (!) un'auto con due ragazze a bordo stava salendo. Ne l momento che ero loro di fianco, abassai il finestrino e le invitai a vedere il garage, perché sapevo (!) che cercavano un garaga in affitto.
Scendemmo dalle nostre rispettive auto e andammo a vedere il box.
Qui lo trovai pieno di cianfrusalie e con una 500 parcheggiata, di Luigi Renato Di L., che mi fece vedere un pregiato mobiletto dichiarando che gli era stato regalato, aggiungendo che "solo a quelli senza soldi di solito si regalano mobili pregiati (!)". Intanto le due ragazze, un po' in imbarazzo, se ne andarono salutando dicendo che il garage non interessava loro dal momento che era troppo stretto.

mercoledì 11 ottobre 2017

T.S. Eliot - Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock (1910-1911)


Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;

Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo

E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento

Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…

Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, «Posso osare?» e, «Posso osare?»
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli -
(Diranno: «Come diventano radi i suoi capelli!»)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo -
(Diranno: «Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia!»)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: -
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti -
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini?
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte -
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…
Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,

Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? -
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo -
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.



giovedì 27 aprile 2017

Ted Chiang "Storia della tua vita" (1991)

"Gli eptapodi, per come noi intendiamo questi concetti, non sono né liberi né schiavi; non agiscono secondo la loro volontà, e non sono automi senza speranza.
Ciò che caratterizza la loro consapevolezza non è solo che le loro azioni coincidono con gli eventi della storia; e anche che le loro motivazioni corrispondano agli obbiettivi della storia.
Agiscono per creare il futuro, per attuarne la cronologia.


La libertà non è un'illusione; è perfettamente reale nell'ambito di una coscienza sequenziale.
Nell'ambito di una coscienza simultanea, la libertà non è priva di significato, ma neanche coercitiva; è semplicemente un contesto diverso, né più né meno valido dell'altro. E' come quella famosa illusione ottica, il disegno che può sembrare una donna giovane ed elegante con il viso rivolto all'indietro, oppure una vecchia dal naso prominente e il mento abbassato sul petto. Non esiste un'interpretazine "corretta"; ambedue sono egualmente valide. Ma non è possibile vederle entrambe allo stesso tempo. La conoscenza del futuro, analogamente, è incompatibile con il libero arbitrio. Quello che mi rendeva possibile esercitare la libertà di scelta mi impediva allo stesso tempo di conoscere il futuro. D'altra parte, ora che conosco il futuro, non agirei mai in contrasto con quel futuro, incluso il dire agli altri quello che so: chi conosce il futuro non ne parla."

venerdì 6 febbraio 2015

Eugenio Montale "Non Chiederci La Parola" (Ossi di seppia, 1923)



Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.




METRO: tre quartine di versi di varia lunghezza, con rima ABBA CDDC EFEF.

Di sicuro è una delle poesie più celebri di Montale. E' tratta da "Ossi di seppia" e contiene alcune idee per comprendere il suo pensiero.
Il poeta si rivolge a quel lettore che esige dai poeti verità assolute e definitive, invitandolo a non chiedergli alcuna rivelazione, né su stesso né sull'uomo in genere, e nemmeno sul significato della vita. Egli, infatti, non ha alcuna segreto risolutivo, ma solo dubbi e incertezze, o anche una conoscenza fondata sul contrasto: l'ultimo verso, infatti, è divenuto famoso e viene spesso menzionato da chi non vuole farsi notare come possessore di fittizie verità.

PARAFRASI

Non chiederci la parola, che metta a fuoco sotto ogni profilo,
il nostro animo privo di certezze, e a lettere
che lo chiariscano rendendolo luminoso come il fiore dello zafferano:
perduto in mezzo ad un prato polveroso.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
senza contrasti con se stesso e con gli altri.
E la sua ombra non viene toccata che dal sole nel periodo più caldo dell'estate;
proiettata su un muro mancante di intonaco.

Non domandarci il segreto che possa rivelarti nuove prospettive di conoscenza del mondo,
bensì una distorta sillaba secca come un ramo.
Solo questo possiamo in questo momento farti presente,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

FIGURE

Enjambement (quando un gruppo di parole, ad esempio soggetto-verbo oppure soggetto-aggettivo viene diviso, mettendo il secondo termine nel verso successivo): nei versi 3-4 (croco/perduto)

Similitudine (paragone mediante connettivi avverbiali): verso 10 (secca come un ramo)

Anafora (ripetizione di una o più parole all'interno di un verso: verso 12 (ciò...ciò) - rima interna nell'ultimo verso vogliamo siamo... - c'è la ripetizione continua (a volte sotto forma di alliterazione vera e propria, ma più spesso consonanza) della consonante "r" accompagnata anche da c( chiederci domandarci croco)

Epifonema: Consiste nell'esprimere un motto sentenzioso che, solitamente, chiude con enfasi un discorso (Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo)

lunedì 14 ottobre 2013

lunedì 22 luglio 2013

Oltre il muro del sonno - 056

Ero in limousine con Luisa e difronte a noi c'era Beppe Maniglia (!) con la mano destra monca.
Quando gli chiesi com'era successo lui mi raccontò che voleva prendere una birra da un distributore automatico ma questo gli aveva fregato la moneta. Iniziò a prenderlo a pugni finchè riuscì a spaccare il vetro del distributore che però gli tagliò la mano in profondità e lo costrinse quindi a farsela amputare.