venerdì 28 maggio 2010

Abisso



Quando coglieremo l'abisso dei nostri cuori
e ci infosseremo nelle pieghe dei nostri mali
finalmente avremo gli occhi che faranno gli occhi
e la bocca parlerà (alleluja!)

Non saranno parole ad uscire
e non luce ad entrare
ma brividi indistinti che correranno ovunque
dalla pelle all'intestino
dalle ossa alla polvere sui nostri inutili piedi

Pallide pelli su bianchi teschi
la luna al tramoto
gli avvoltoi sulle spalle aspettano
le dita morte che si scioglievano ancora

Avanti e indietro
nel tempo come nello spazio
un presente che fugge
tranne quando diviene luogo

Qui e ora
Qui è mai

Cinque: inutili
Trentadue, qualcuno in meno
Il corpo apassisce come rami d'autunno
E il sono diventa ero
E il sarò non arriva
Perduto il treno per sempre

Siamo io e l'altro
In sala d'attesa
Guardiamo fuori
Valigia per terra
Vuota
Aspettiamo il treno
Coprendoci con le piaghe dei nostri inutili mali.

giovedì 27 maggio 2010

L'uomo della Folla

(...)

" Donne della città, di tutti i tipi e di tutte le età, quelle di sicura bellezza dalla fiorente femminilità, che fa pensare alla statua di cui parla Luciano: con la superficie di marmo pano e l'interno pieno di sozzura - quelle sporche, cenciose, repellenti - quelle rugose, piene di fronzoli, megere protese nello sforzo di apparire più giovani - quelle ancora bambine, dalle forme immature, ma già piene di civetterie, ancora timide, ansiose di acquisire un mestiere che da lungo tempo han visto esercitare da quelle più anziane nel vizio. "

(E.A. Poe, The man of the crowd, 1840)

martedì 25 maggio 2010

Uno, nessuno, centomila


"Nessun nome.
Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani.
Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quell’immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più.
Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso.
Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita.
Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo.
E tutto, attimo per attimo, è com'è, che savviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere piú nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Cosí soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero sí metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non piú dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioja nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridío delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e cosí alte sui campanili aerei.
Pensa alla morte, a pregare. C'è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l'ho piú questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non piú in me, ma in ogni cosa fuori."


(Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, 1926)


giovedì 20 maggio 2010

Oltre il muro del sonno - 008


Vivevo in una nuova casa, con un prato enorme dietro essa e mi ero appena svegliato.
Ancora in t-shirt, mi sedetti sull'erba e guardavo, ancora assonnato, il mio vicino indiano che passeggiava in groppa al suo elefante....

lunedì 17 maggio 2010

Oltre il muro del sonno - 007


Eravamo in un gruppo di persone che guardavano un cratere in fondo al quale (decine e decine di metri dall'orlo) c'era dell'acqua.
La gente si buttava tranquillamente, ma io no.
In compenso sognavo di mettere un cavo orizzontale a metà altezza per far sì che i tuffatori si tranciassero durante il tuffo.

martedì 11 maggio 2010

Alberto Moravia - Prefazione alla "Storia dell'Occhio"


"L'erotismo sembra essere una forma di conoscenza che nel momento stesso che scopre la realtà, la distrugge.

In questo senso l'esperienza erotica si apparenta a quella mistica: ambedue sono senza ritorni, i ponti sono bruciati, il mondo reale è perduto per sempre.

Altro carattere comune all'esperienza mistica e a quella erotica è che esse hanno bisogno dell'eccesso. Quest'eccesso, naturalmente, porta alla morte. Ma nell'esperienza mistica sarà la morte del soggetto; in quella erotica, la morte dell'altro. Questo forse spiega il carattere apparentemente suicida dell'esperienza mistica e omicida dell'esperienza erotica. Dico «apparentemente» perché suicidio e omicidio sono nomi che il mondo dà a certi eccessi; mentre in realtà il misticismo e l'erotismo proiettano l'uomo fuori del mondo.

Quanto a dire, ovviamente, che erotismo e misticismo hanno in comune la svalutazione del mondo; e che si può essere santi sia in senso religioso sia in senso erotico."

(Alberto Moravia, Prefazione alla "Storia dell'Occhio", 1969)

Georges Bataille - L'Histoire d'Oeil (1928)

" Alla fine Simona mi lasciò, prese l'occhio dalle mani di Sir Edmond e l'introdusse nella sua carne. In quell'attimo mi attirò a sé, mi mozzicò dentro la bocca con tanto ardore che l'orgasmo mi vinse; sputai tutto il seme nella sua fessura.
Alzandomi apersi le cosce di Simona che giaceva stesa su un fianco.
Finalmente vidi ciò che immagino attendevo da sempre; come una ghigliottina attende la testa da mozzare.
I miei occhi, mi sembrava, erano divenuti erettili a forza di orrore, se nella vulva vellutata di Simona vidi l'occhio blu pallido di Marcella che mi guardava, piangendo lacrime d'orina. Scie lattee di seme nella peluria soffice davano a quella visione un carattere di dolorosa tristezza. Tenevo divaricate le cosce di Simona, finche l'orina bollente scorse sull'occhio e sulla coscia più bassa. "

(Georges Bataille, L'Histoire de l'Oeil, 1928)


domenica 2 maggio 2010

Michael Moorcock - The Final Programme (1968)

La Londra dei locali psichedelici e dei giovani drogati è un ambiente in cui Jerry Cornelius si muove perfettamente a suo agio. Non per niente suo padre aveva costruito un'enorme fortuna grazie all'LSD, e aveva passato questa passione ai figli. Un mondo completamente distorto e pazzesco, nel quale il furto, l'omicidio e l'incesto sono cose che non fanno più notizia, dove una festa può durare mesi, e gli invitati possono morire nel mezzo di una sala ed essere tranquillamente scavalcati dagli altri che vogliono ballare. Ogni valore morale sembra morto, sepolto sotto quintali di droga e menefreghismo; Moorcock approfitta con larghezza di questa situazione per i suoi scopi di puro divertissement. Ma non si può fare a meno di ritrovare nella storia di Jerry Cornelius una sottile vena tragica che nonostante tutto induce a sorridere, ma a sorridere di tristezza, con quella dolce e pacata malinconia che conduce con sé una razza che muore. Perché l'uomo sta morendo, si sta distruggendo, non con le bombe atomiche o con la guerra batteriologica, ma per mezzo dei suoi stessi sogni, della sua stessa civiltà. Una constatazione che l'autore lascia nell'ombra, che non discute apertamente, ma che adombra nel finale, nella creatura nuova che ha preso vita e che si trova di fronte ad un mondo finalmente "gustoso".